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Intervista: Duo
CAPUTO - POMPILIO
Dopo i primi tre cd (Works for
Guitar Duo, Petit dejeuner e Spanish Atmospheres),
che contengono brani del repertorio chitarristico dell‘800 e del
‘900, e che hanno ricevuto l’apprezzamento della critica
internazionale, il duo Caputo-Pompilio ha deciso di stupirci, con
un’incisione che spesso resta nella storia. Le Variazioni
Goldberg, che insieme all’Arte della Fuga possono essere
considerate la massima espressione del genio di Bach, rappresentano
per i pianisti un traguardo importante, e per un duo di chitarra la
cosa era forse impensabile, almeno fino a quando questo duo non ha
deciso di cimentarsi con questo capolavoro. Il risultato è un cd
ricco di musicalità e sentimento, una sorta di viaggio interiore,
con qualità tecniche elevate.
Ho avuto la fortuna di seguire passo dopo passo la realizzazione di
questo cd, dalla notizia della nascita di un progetto tanto
complesso quanto entusiasmante, fino alla realizzazione di questa
intervista, passando dalle mie “incursioni” nelle preziose ore di
studio di Luciano, al primo ascolto dell’Aria durante il
ritorno da un loro concerto a Bari. Dal nostro incontro ne esce
un’intervista che tocca diversi temi, dagli aneddoti della
registrazione ad aspetti di una profonda ricerca spirituale.
Perché un duo di
chitarra decide di incidere le Variazioni Goldberg?
LUCIANO POMPILIO: L’idea nasce prima di tutto da una proposta
fatta dall’amico Benedetto Montebello, che ha trascritto e dedicato
a noi il brano, poi per quel che mi riguarda personalmente, ho un
rapporto particolare con questo brano sin dagli inizi dei miei studi
universitari (alcune pagine erano in programma per l’esame di
armonia), per cui lo conoscevo molto bene perché l’ascoltavo
infinite volte e ti lasciava sempre una certa malinconia, è stato
sempre un mistero la sensazione che ne ricevevi. Risentirlo dopo
alcuni anni mi ha fatto lo stesso effetto, suonarlo poi è qualcosa
di indescrivibile. Provare per credere! (n.d.r. le variazioni
saranno pubblicate a dicembre 2007 dalla Chanterelle)
Questo capolavoro
ha un grande valore strutturale, è un insieme di simmetrie e schemi
matematici, oltre ad avere elevate difficoltà tecniche, che tipo di
lavoro c’è dietro l’incisione di quest’opera?
GIUSEPPE CAPUTO: Inizialmente c’è stato un lavoro di ricerca
sia nel capire il carattere di ogni variazione che nello studio
degli abbellimenti per cercare di eseguirli il più possibile
fedelmente secondo le intenzioni dell’autore. In effetti molto poco
si sa circa le stesse interpretazioni di Bach ed i manuali
contemporanei non sono sempre di grande aiuto e nessuno sa quale di
questi concordi maggiormente con la pratica di Bach. Perciò dopo
aver studiato una sintesi della prassi del XVIII secolo
sull’esecuzione degli abbellimenti (avvalendoci del libro sugli
Abbellimenti di Bach di Walter Emery), con tutte le sue confusioni e
contraddizioni, e molte volte nell’impossibilità di applicare alcune
regole, abbiamo raggiunto un ragionevole grado di fiducia nel
valutare ed applicare il nostro giudizio musicale sul modo di
eseguire ogni singolo abbellimento richiesto.
Per quanto riguarda la struttura e gli schemi è stato fondamentale
analizzare che l’opera prende origine da una semplicissima aria
bipartita, con un basso che procede per valori larghi in un disegno
di otto note in senso discendente. Ci siamo trovati davanti a quella
che è forse la più splendida elaborazione mai realizzata su un tema
di basso.
C’è da evidenziare la necessità dello studio della grande varietà
della scrittura, per cui le Goldberg rappresentano un’enciclopedia
delle possibilità del tempo. Infatti troviamo rapidi arpeggi,
impiego di trilli, scale, passaggi per terze, giochi ritmici
riconducibili alla letteratura del tempo di diverso genere. È una
musica che non conosce né inizio né fine, una musica senza un vero
punto culminante e senza una vera risoluzione.
Inoltre c’è stata un’accurata ricerca del suono per creare una
continuità di sentimento e di colore all’interno dell’Aria e delle
trenta variazioni.
Perciò l’opera ha presentato notevoli difficoltà tecniche ed
espressive che solo dopo molte ore di intenso lavoro sono state
maturate ed eseguite nella nostra incisione.
Rosalyn Tureck, tra i maggiori interpreti di
Bach, disse delle Goldberg: "Non suono questo lavoro come un
tour de force, come una abbagliante ostentazione di tecnica, lo
suono come un'esperienza di vita". Sarà stata sicuramente
un’esperienza emozionale fortissima suonarle?
G.C.: Suonare le Variazioni è davvero entusiasmante e
personalmente non ricordo di aver ricevuto un appagamento musicale e
un’emozione più grande. Mentre le suoni avverti che non sono le
classiche “Variazioni” di Giuliani o di Sor, ma che ogni variazione
rientra in un unico pensiero musicale. Le Variazioni percorrono
infatti non una retta ma una circonferenza, un’orbita in cui la
Sarabanda usata come Passacaglia ricorrente costituisce il punto
focale. Durante l’esecuzione ti emoziona fortemente la sostanza
tematica, un soprano docile ma ricco di abbellimenti, che possiede
un’omogeneità intrinseca che non lascia nulla in eredità alla sua
discendenza e che, per quanto riguarda la ripresentazione tematica,
viene completamente dimenticata nel corso delle trenta variazioni.
In pratica è difficile da spiegare, perché solo quando le suoni e ti
immergi completamente in questo capolavoro musicale puoi comprendere
veramente cosa ci si prova.
Ma la cosa più bella è suonarle sapendo che sono state composte alla
gloria di Dio, come tutte le opere di Bach, perciò sono riconoscente
a Dio e mi sento molto onorato di aver registrato le Goldberg e di
poterle eseguire dal vivo nel 2008.
L.P.: Per me è stata
un’esperienza emotiva intensissima per delle vicende successe
proprio il giorno della registrazione (avevo appena saputo che a mia
madre le era stato diagnosticato un brutto male) ed ero indeciso se
partire o meno … credo di aver suonato le variazioni tristi con
tanto sentimento. Poi è un brano molto intimo e spirituale, è un
brano che ti cattura e ti imprigiona, non ti lascia spazio a pensare
ad altro, ha una forza che non la riesci a dominare, nei giorni di
studio era sempre presente dentro di me anche quando non suonavo, è
veramente incredibile come un brano come questo possa modificare
l’umore della giornata.
Le suonerete
anche dal vivo?
G.C.: Si, anche se la programmazione dei nostri concerti
per il 2008 non è ancora conclusa, le suoneremo nel prossimo anno al
Festival di Parma in aprile, in alcuni Bach Festival in Olanda il 27
aprile, il 4 luglio a Genova, il 5 agosto in Germania e in Italia
in date non ancora definite.
So che
l’incisione non è stata realizzata in una normale sala di
registrazione, ci raccontate com’è andata?
L.P.: Abbiamo scelto una chiesa silenziosa di montagna,
la chiesa di San Liberato di Roccamandolfi (Isernia), sia per
l’acustica che per l’atmosfera, la registrazione è stata fatta di
notte, al freddo, e fuori nevicava, avevamo delle coperte sulle
spalle, e leggevamo al lume di candela perché le luci facevano
rumore, poi sempre per lo stesso motivo non potevamo utilizzare
nessun tipo di riscaldamento! Un’esperienza d’altri tempi e
sicuramente sarà indimenticabile!
G.C.: Un luogo acusticamente adatto alle nostre esigenze ed
aspettative. Questo ci ha permesso di esprimere completamente, senza
modificare il suono reale dell’ambiente, le emozioni provate
nell’esecuzione delle Goldberg in quelle notti indimenticabili.
Se si pensa alle
incisioni delle Goldberg la mente corre subito a Glenn Gould,
l’emblema-mito dell’uomo-artista. Cosa comporta la scelta di
dedicare la propria vita alla musica?
L.P.: Quello che comporta qualsiasi altro mestiere. Per
usare frasi già dette, la società ha bisogno di artisti, come ha
bisogno di scienziati, di maestri, di operai, di tecnici, di
dottori, che garantiscano la crescita della persona. Non tutti sono
chiamati ad essere artisti e ad ognuno è affidato il compito di
essere artefice della propria vita; penso che ognuno deve farne
un’opera d’arte, un capolavoro, è chiaro che implica sacrifici, ma
non sono pesanti. Chi ha questa vocazione artistica avverte allo
stesso tempo l’obbligo di non sprecare questo talento, ma di
svilupparlo, per metterlo a servizio del prossimo e di tutta
l’umanità. Un artista consapevole di tutto ciò sa anche di dover
operare senza lasciarsi dominare dalla ricerca di gloria fatua o
dalla smania di una facile popolarità ed ancor meno dal calcolo di
un possibile profitto personale. C’è dunque un’etica, anzi una
spiritualità del servizio artistico. Che a suo modo contribuisce
alla vita. |

Luciano Pompilio
Giuseppe Caputo
G.C.:
È una bella domanda!
Dedicare la propria vita ad uno scopo, per me, significa avere un
obiettivo di prioritaria importanza da raggiungere e che influenzerà
tutte le scelte di vita.
Dedicare la propria vita alla musica, secondo me, vuol dire
praticamente investire il tempo a disposizione per lo studio del
proprio strumento, cercare di trovare sempre nuove opportunità di
suonare in concerto e tenere masterclass in più paesi possibili
arricchendo così la propria musicalità e personalità conoscendo
culture diverse dalla nostra, inventare sempre nuove proposte
discografiche interessanti per un pubblico sempre più esigente,
ricercare sempre novità nel repertorio da proporre per sperimentare
nuove emozioni musicali ed appagare così se stessi e gli altri.
Sono contento e soddisfatto di tutto ciò che Dio mi ha dato di
sperimentare nella mia attività musicale anche se accompagnata da
tanto lavoro e tanti sacrifici personali e familiari.
Nel corso di tutti questi anni e in base alla mia esperienza
musicale e spirituale, ho compreso che la musica è estremamente
importante per l’essere umano perché è un dono meraviglioso di Dio e
che perciò l’uomo-artista, come buon amministratore e servitore di
questo dono, deve esercitarlo e svilupparlo per onorare e
glorificare Dio stesso; ma, oltre a ciò, ho realizzato personalmente
che vivere per Colui che è la “Dolce Musica”, cioè Gesù Cristo, è
l’unico scopo della mia esistenza.
Il 2007 è stato
per voi un anno ricco di concerti, come vivete il momento
dell’esecuzione dal vivo?
G.C.:
Il momento del concerto è sempre molto emozionante.
Soprattutto prima di entrare sul palco ci sono alcune paure e timori
credo comuni anche agli altri, ad esempio: il pubblico apprezzerà
per intero tutto il nostro repertorio? Riusciremo a trasmettere e
comunicare le nostre emozioni, la musicalità che abbiamo, ed
instaurare così un dialogo piacevole con il nostro pubblico?
Riusciremo ad essere concentrati fino alla fine del concerto per non
avere vuoti di memoria? E così via.
Durante l’esecuzione cerchiamo, mantenendo sempre un’alta
concentrazione, di immergerci completamente in ciò che suoniamo per
sentirci il più possibile a nostro agio e poter meglio comunicare in
maniera espressiva con il pubblico, e anche se a volte l’ambiente
sembra essere “un po’ freddo” è nostro dovere e piacere riscaldare
con la nostra esecuzione.
Perciò si vive il momento dell’esecuzione ogni volta come se fosse
la prima.
L.P.: Un momento unico, qui
l’opera d’arte si concretizza e vive, si stabilisce il contatto con
la gente e si cerca di trasmettere quella “bellezza” e “magia” che è
la musica.
L’anno scorso
avete suonato anche il concerto per due chitarre e orchestra “The
Book of Signe” di Leo Brouwer, dedicato a Williams e Cotsiolis,
prima esecuzione assoluta in Italia…
G.C.: Dopo aver già suonato qualche anno fa due dei più
importanti Concerti per duo di chitarra e Orchestra, cioè il
Concerto Madrigale di J. Rodrigo e il Concerto op. 201 di M.
Castelnuovo-Tedesco, per noi è stata una bellissima esperienza,
suonare questo Concerto meraviglioso come prima esecuzione assoluta
in Italia, così ricco e di grande intensità musicale, con un primo
tempo ironico e ricco di citazioni tratte dalla nostra memoria
“classica”, il secondo sognante ed evanescente caratterizzato da uno
splendido tema ed il terzo assai ironico ed incisivo costruito su di
una danza molto bella come la Rumba.
L’abbiamo suonato per ben tre volte in Italia nel 2007: il 18 marzo
a Potenza, il 28 aprile a Manfredonia (FG) e infine recentemente il
14 ottobre a Bari.
È stato sempre molto emozionante suonarlo sapendo di essere i primi
in Italia ad eseguirlo, ed è superfluo dire che ha richiesto un anno
di intenso lavoro date le enormi difficoltà tecniche di cui è
composto.
Da Bach a Brouwer,
passando da Haydn e Rossini, fino a De Falla e Rodrigo, il vostro
repertorio attraversa gran parte della storia della musica. Ma c’è
un periodo o un compositore che amate particolarmente?
L.P.: Dopo le Goldberg è stato veramente difficile
pensare di accostare altri brani, sicuramente il repertorio che
suoniamo lo sentiamo vicino, non abbiamo preferenze particolari, con
la maturità musicale credo si possano suonare e amare diversi stili.
Siete i direttori
artistici del Festival Internazionale di Chitarra Città di
Manfredonia, che nel 2007 è arrivato alla quinta edizione, un evento
che acquista anno dopo anno grande prestigio…
L.P.: Ogni anno è difficile, è una continua fatica per
cercare i fondi, credo sia per tutti i festival così. Gli auspici
sono sempre quelli che il Festival possa incontrare il gusto di
molti e avere l’approvazione di chi ci sponsorizza!
Quali sono i
vostri impegni per il 2008?
G.C.: Per il momento, anche se alcuni devono essere ben
definiti, gli impegni per il 2008 sono a Biella e a Lugano a fine
gennaio, a Roma a febbraio, una tournèe a marzo negli Stati Uniti,
suoneremo le Goldberg sia al festival di Parma che in Olanda ad
aprile e in Germania ad agosto, a luglio a Genova, a novembre un
concerto in Polonia e uno con l’Orchestra in Belgio.
A chi dedicate
questo cd?
L.P.: Alle mie figlie, Giusy e Giulia. Loro sono molto
orgogliose di avere un papà musicista e questo per me è ulteriore
motivo di gioia essere artista.
G.C.: Personalmente voglio dedicare quest’ultimo cd al mio Signore
Gesù, che è tutto per me, e inoltre, desidero ringraziarLo perchè mi
è stato sempre vicino e per avermi guidato in tutti questi anni di
grandi traguardi musicali e di attività concertistica.
Intervista di Francesco Scaramuzzi
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